Kitaro dei cimiteri
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Titolo originale: Gegege no Kitaro
Data di prima pubblicazione originale: 1959

Quando Mizuki venne inviato dal suo capoufficio a verificare gli strani comportamenti di un paziente che aveva subito uno strano mutamento in seguito ad una donazione di sangue, non si sarebbe mai e poi mai aspettato di ritrovarsi invitato a casa di due spettri. Questi due, marito e moglie, aspettano un figlio e chiedono all’uomo di non denunciarli alle autorità. L’uomo, intimorito dai due mostri, acconsente e torna alla casa solo una volta trascorso il tempo necessario al parto. Una volta sul luogo però, trova solo i due cadaveri, che decide di seppellire da solo nel cortile della casa.
Quando tutto sembrerebbe finito, dalla terra spunta prima una mano, e poi un intero bambino. È Kitaro, figlio orbo e deforme dei due spettri, accompagnato da ciò che rimane di suo padre, un occhio vivente che si muove grazie alla forza dei pochi muscoli di cui è dotato.
Sebbene dapprima Mizuki decida di portarlo con se ritenendolo innocuo, la scelta si rivelerà fatale per lui e per l’anziana madre.
Così Kitaro si ritroverà solo, accompagnato da un’occhio parlante, per vivere le sue mostruose avventure.
Kitaro dei cimiteri è un manga ormai elevato in Giappone al ruolo di istituzione, personaggio che tutti conoscono al medesimo livello di topolino o paperino. Nasce come fumetto horror negli anni ’60, per poi vivere diverse incarnazioni narrative a seconda del periodo ed a seconda dei gusti popolari.
Non è il personaggio a cambiare, e nemmeno le ambientazioni, quanto il modo in cui queste si combinano.
Nelle due storie originali, quelle che parlano della nascita di Kitaro e della sua vita insieme a Mizuki, le atmosfere sono crude, drammatiche, mentre il tratto è grezzo e realistico, sia per una questione di inesperienza dell’autore, sia per dare ancora più il senso di raccapriccio al lettore. Il bambino è figlio di spettri, ma non sembra essere così particolare, se non per il fatto che la notte invece di dormire va a giocare nel regno dei morti, dal quale può tornare senza problemi.
Il tempo passa e Kitaro piace, diventando un personaggio di culto destinato ad essere letto da centinaia di migliaia di lettori. Le storie subiscono una trasformazione, passando dall’horror all’avventura, poi diventando destinato ad un pubblico per ragazzi. Kitaro diventa una specie di demonietto dall’aspetto stravagante (è brutto, ma raccappricciante è un termine eccessivo) dotato di molti poteri, quali controllare parti del suo corpo anche se scollegate dall’intero, oppure sparare i suoi capelli come aghi, e molti altri. Il tratto diventa più pulito e raffinato, ma comunque scuro e macabro, come i soggetti che ritrae.
In ogni episodio, ciascuno slegato l’uno dall’altro, Kitaro affronta dei mostri per proteggere la quiete della razza umana. Non se ne capiscono le motivazioni, e forse nemmeno c’è bisogno che esistono. Kitaro è così, e così deve essere.
La vita editoriale di Kitaro è stata piuttosto travagliata, passando nelle mani di una molteplicità di editori nel giro di molti anni. Ancora oggi il personaggio di Kitaro è apprezzato al punto da realizzare trasposizioni animate delle sue storie.
Il presente volume non è realizzato riprendendo un equivalente volume giapponese, ma prendendo gruppi di storie più significativi. Alcune di queste sono state anche più volte ridisegnate nel corso degli anni, cambiando alcuni particolari. Quello più significativo riguarda l’occhio mancante di Kitaro, la cui cavità è usata dal bambino per ospitare l’occhio-padre. Nella versione originale Kitaro nasce con entrambi gli occhi, ma ne perde uno quando Mizuki, inorridito, cerca di ucciderlo a calci. La scena era effettivamente un po’ troppo cruenta per riguardare un personaggio così famoso.
Il titolo originale riportato è l’ultimo utilizzato, quello più famoso, mentre la data di pubblicazione è quella relativa alle primissime storie. La casa editrice invece è la prima che l’ha portato nel cirtuito librario principale, togliendolo dal vecchio mercato dei fumetti a noleggio.





