Sto solo all'inizio e quindi non so ragguagliare ancora sull'inchiesta, quello che salta fuori finora è lo stile del libro più simile a un romanzo che a un saggio e il notevole apporto autobiografico: ci sta raccontando praticamente tutti i suoi passi nel quotidiano e nel farlo salta fuori molto del modo di vivere dei nipponesi di 20 anni fa, cosa questa molto interessante.
Già mi ero fatto l'idea che lavorare in Nipponia fosse orribile e ora lo penso ancora di più perché non stiamo parlando di un'opera di fantasia ma della realtà. Essendo un giornalista non sono i turni di lavoro pesanti a farmi inorridire, suppongo che anche i giornalisti seri occidentali dormano poco, quanto l'ambiente stesso di lavoro. Una specie di caserma maschilista, con tanto di nonnismo tra i giovani e i vecchi, le gerarchie assurde (versare da bere al collega anziano? ma va a cagher!) e lo spirito di corpo che si viene a creare che annienta completamente l'individualismo di ciascuno. La tipica uscita a bere che si vede nei manghi è la quintessenza di questo modo di vivere orribile già dal solo fatto che più che un piacere è una specie di obbligo sociale da parte del gruppo di lavoro i cui membri probabilmente vorrebbero avere una vita privata oltre a quella del gruppo. O almeno io vorrei di sicuro













